Il vecchio piedistallo

Il primo di dicembre, come al solito, inizia l’avvento. Quelli dell’avvento sono i giorni in cui si attende l’arrivo del Natale, una delle festività, se non la più importante dell’anno. A Natale si festeggia tradizionalmente la nascita di Gesù, il protagonista, se così si può dire, della religione cristiana, colui che si sacrificò per salvare l’umanità dal peccato originale.

A partire dall’inizio del cristianesimo, il senso del Natale si è pian piano modificato nel tempo, per diventare oggi la festa in cui ci si raduna per condividere un bel momento in famiglia o con gli amici, in cui ci si scambiano i regali, si mangia il cenone, si decora la propria casa con gli addobbi, il presepe e l’alberello di Natale, e via dicendo. Tutto questo viene fatto in modo da avere un momento di gioia, che rispecchia quella dovuta alla nascita di Gesù, appunto.

Ora più che mai – e arrivo al senso di questo articolo dalla forma piuttosto di una predica, spero non troppo pesante – possiamo fare questa riflessione: se lo scopo di questa festività, molto brevemente, è di portare gioia, cosa ci da veramente gioia? Qual è la sua vera natura?

Domande forse un po’ strane, e in un certo senso ovvie, dal momento che chiunque sa rispondere in un modo o nell’altro: a Natale c’è la gioia dovuta ai regali, al momento di unione famigliare, all’ambiente natalizio, ai profumi, ai biscotti, alla neve (sempre più rara dalle nostre parti) e chi più ne ha più ne metta.

Se andiamo però a guardare l’aspetto che accomuna tutti questi tipi di gioia, giungiamo ad una risposta interessante: la vera gioia del Natale consiste nella compagnia e nel momento di condivisione con le persone a noi care.

“Si, ma non è già stato detto?”
Mi spiego meglio: un regalo è un gesto di affetto fatto da una persona ad un’altra persona; il cenone si mangia e si gusta in compagnia di altre persone e viene preparato per tutti quanti; gli addobbi vengono messi i giro per casa in modo che l’atmosfera creata venga apprezzata da chi ci abita, e dagli ospiti sé ce ne sono; la cioccolata calda mentre si guarda un film sul divano belli imbozzolati nelle coperte, per esempio assieme al proprio compagno o alla propria compagna, è un modo per darsi calore, sia fisico che emotivo.

Dunque, dopo tutti questi esempi ci è chiaro che tutte le cose che si fanno in modo da rendere speciale il Natale vengono fatte per ravvivare il senso di unione tra le persone che ci portiamo in modo innato da quando esistiamo in quanto specie. Questa unione ci dà gioia.

Concentrandoci sugli aspetti materiali tipici del periodo natalizio, possiamo fare un’altra riflessione: quanti di questi oggetti abbiamo veramente bisogno? Una prima riposta a questa domanda è un semplice “dipende”, visto che ognuno ha varie preferenze per gli addobbi, il numero di regali da fare eccetera. Ma pensandoci bene, conta veramente il numero, la quantità di cose che vogliamo usare o comprare? In questo caso la risposta è “no”, un no che può sembrare troppo secco, quasi estremo e buttato lì senza alcuna esitazione, però una spiegazione c’è.

Ora più che mai è importante pensare al vero senso delle cose, e vista l’occasione prendo l’esempio, appunto, del Natale: già da un bel po’ di anni il pensiero capitalista se ne è approfittato, inculcando l’idea che un Natale come si deve debba essere pieno di cose, di regali, di addobbi, luci ovunque, e montagne di cibo, allo scopo di farci consumare sempre di più – per guadagnarci di più ovviamente –. Questo frenetico consumo ci ha di conseguenza allontanati dal vero messaggio che questa festività porta, e non solo.

A casa mia, in famiglia, usiamo per l’alberello un piedistallo in ferro che avrà sicuramente 40 anni se non di più, con la poca lacca rimasta che si scrosta, le viti tutte storte, difficile da incastrare nella posizione giusta. Chiunque vedendo il piedistallo potrebbe dire: “mamma mia com’è vecchio quel coso, perché non ne prendete uno nuovo? Tanto non penso che costino chissà quanto…”. La mia risposta e quella dei miei sarebbe che sì, è sicuramente un pezzo da museo da quanto è vecchio, ma il motivo per cui ancora lo teniamo sono i ricordi che ci evoca ogni anno che lo tiriamo fuori dalla baracca, e cioè tutti i momenti, quindi tutti i natali precedenti, in cui ci ha accompagnato svolgendo perfettamente la sua funzione. Il piedistallo, proprio perché è vecchio, è diventato prezioso, un oggetto legato a mille ricordi del passato e dei momenti in cui era stato usato. La stessa cosa si applica a tutte quelle bocce piene di colate di cera, le ghirlande sparse di bruciature, la piccola casetta in legno costruita da mio fratello per il presepe quando era ancora alle elementari, eccetera.

Il consumismo di oggi non ci ha solo portato a voler cambiare tutto ogni tot, ma ci ha fatto perdere il valore delle cose, per quanto piccole e facilmente sostituibili, deviandoci infine dal vero senso dei momenti passati in compagnia, in cui la fonte di gioia non è tanto l’oggetto previsto per l’occasione, bensì la compagnia stessa. L’oggetto non è la fonte della gioia, ma un mezzo per passarla da una persona ad un’altra.

Concludendo, credo che sia giusto dire che secondo la mia idea non bisogna diventare dei minimalisti estremi, visto che un’occasione speciale è un’ottima occasione per regalare qualcosa a qualcuno o a sé stessi, concedersi qualcosa in più, fatto che sicuramente ci fa del bene finché speciale (se veramente necessario a maggior ragione). Quindi vorrei augurare buone feste a tutti e tutte quante, piene di condivisioni, di abbracci, di unione e pace, di gioia e calore; magari tenendo vivo il vostro fuoco interiore per infiammare la piazza al prossimo sciopero ;).

Diego di SpC

2 risposte a “Il vecchio piedistallo”

  1. Avatar Merry Marx-mas
    Merry Marx-mas

    Lo so che non vuoi cambiare le cose vecchie, ma “se” non si scrive “sé”.

    1. Avatar Sciopero per il Clima Ticino
      Sciopero per il Clima Ticino

      Grazie per la segnalazione, abbiamo corretto l’errore!

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